Quando si affronta la narrazione della Shoah e  di tutte le pagine più drammatiche del Novecento il rischio è quello di cadere in quello che Giovanni De Luna ha chiamato «il paradigma vittimario». Questo tipo di racconto si è affermato attraverso le televisioni commerciali tra gli anni '80 e '90. Come ha scritto De Luna in «La Repubblica del dolore»

«Pubbliche o private, tutte le reti televisive si affollarono di programmi che vendevano emozioni per provocare emozioni e vendevano contemporaneamente, attraverso la merce-emozioni il proprio prodotto, mettendo in mostra indifferentemente gioia e dolore, felicità e lutto, amore e morte, in una macchina scenica tanto potente quanto sostanzialmente indifferente ai suoi contenuti».

Questa narrazione incentrata sulla merce-emozioni porta ad uno svilimento della narrazione storica stessa, una sua semplificazione all'eccesso, quando non diventa la falsificazione del «vedere la storia dal buco della serratura», ovvero il mostrare una storia individuale attribuendole un valore universale. Se infatti mettiamo sullo stesso piano  tutte le storie individuali senza contesto, senza dimensione dei fatti storici, magari ponendo la memoria di un sopravvissuto alla Shoah sullo stesso piano di quella di un nazifascista sopravvissuto alle rese dei conti post-belliche ci ritroviamo a pareggiare ragioni e torti, vittime e carnefici.

Altra cosa è invece lavorare sulle testimonianze come ha fatto Claude Lanzmann con il suo documentario «Shoah» nel quale intervista con grande rigore storico sia gli ex-deportati, che i testimoni polacchi, che gli ex-nazisti non per offrire al pubblico delle emozioni-merce ma per cercare di ricostruire i fatti ed il loro concreto svolgimento.

In generale quando proponiamo alle scuole attività didattiche sul tema della Shoah, come stiamo facendo in questi giorni assieme alla fondazione Caritro con decine di classi, il nostro scopo non è quello di “emozionare”, perché non siamo degli intrattenitori, ma quello di spiegare come lo sterminio è stato possibile ed è avvenuto.

“Come”, non “perché”, in quanto esattamente come scrive Primo Levi “ad Auschwitz non c'era nessun perché”.

Per spiegare questo “come” dobbiamo partire molto prima dei campi di sterminio e anche molto prima della presa del potere da parte dei nazisti. La Shoah è stata infatti possibile grazie ai meccanismi economici e sociali tipici della modernità, basati sull'impersonalità dei processi. Meccanismi che prendono forma all'inizio dell'età moderna quando la tratta degli schiavi, il saccheggio delle Americhe e l'esproprio dei beni comuni in Europa consentono di accumulare quelle risorse e quelle conoscenze che porteranno alla rivoluzione industriale. Il modello di organizzazione del lavoro nato allora fornirà le basi organizzative per i campi di sterminio.

Dal XIX secolo in poi questi processi materiali si intrecciano all'ideologia dello stato nazione. La parola «nazione» nasce inizialmente come rivendicazione di sovranità e diritti da parte dei popoli contro la nobiltà e le monarchie assolute. Per un pensatore come Mazzini la patria era il mezzo e l'umanità il fine, tra le due cose non vi era alcuna contraddizione perché la nazione era funzionale alla costruzione della democrazia.

Con la seconda metà dell'Ottocento abbiamo invece una completa torsione del concetto. Lo stato-nazione diviene strumento non della sovranità di un popolo reale, ma di un popolo immaginario, che si pretende omogeneo, privo al suo interno di conflitti di classe, di differenze religiose, linguistiche e culturali. Siccome questo popolo immaginario non esiste si inizia a teorizzare la sua costruzione attraverso l'indottrinamento e la violenza. In tal modo lo stato-nazione diventa l'esatto opposto della democrazia che si basa invece su un sistema di regole atte a preservare le diversità. Ed è di questa contraddizione profonda tra stato-nazione e democrazia che approfitteranno movimenti e partiti totalitari per arrivare al potere. Questa contraddizione l'abbiamo vista all'opera anche nella nostra regione con la “snazionalizzazione” fascista di cui sono stati vittima le popolazioni di lingua tedesca e ladina dell'Alto Adige/Sudtirol.

L'antisemitismo nazifascista nasce dall'incrocio dell'ideologia dello stato nazione con le  le teorie razziste, frutto di un'interpretazione forzata delle teorie evoluzionistiche, la cui funzione era inizialmente quella di giustificare le violenze e i saccheggi commessi ai danni dei popoli africani e asiatici.

Arriviamo così alla Shoah, che non è frutto di semplice follia ideologica ma di tutta una visione dell'economia e della società. Hitler ha scritto nel Mein Kampf  che sarebbe stato preferibile essere spazzino nel suo Raich piuttosto che re di uno stato straniero e infatti il regime nazista costruì uno stato sociale su basi etnico-razziali, uno stato sociale “per soli tedeschi ariani”, illustrato nel libro di Gotz Ali Lo stato sociale di Hitler, che poteva funzionare solo attraverso la guerra di saccheggio e lo stermino, le cui principali vittime furono gli ebrei ma che colpì anche disabili, omosessuali, Rom, oppositori ed in generale le popolazioni assoggettate al dominio tedesco, in particolar modo quelle dell'Europa centro orientale. Si ebbe così la distruzione di quella complessità culturale e religiosa che era caratteristica della Mitteluropa, uno spazio di cui anche il Trentino aveva fatto parte sino al 1918. Questa distruzione proseguì in forme diverse anche dopo la fine del nazismo, quando si ebbe la cacciata di milioni di tedeschi da tutta l'Europa centro-orientale e l'esodo di centinaia di migliaia di istriani italofoni (ma non solo) dalla loro terra.

In definitiva raccontare la Shoah non significa elencare alcune storie più o meno atroci, più o meno edificanti, ma illustrare i processi storici che hanno portato questo continente a tirar fuori il peggio di se.

Tommaso Baldo


MONACO

In una piccola strada secondaria camminando per Monaco si possono notare sotto i nostri piedi dei piccoli sanpietrini oro, Viscardigasse questa piccola via permetteva di non essere obbligati a fare il saluto nazista passando da Residenzstrasse dove era stato eretto un monumento per ricordare i 16 nazisti morti durante il fallito colpo di stato del 1923.
Il nostro viaggio a Monaco, nel cuore della nostra Europa,​ ​è passato anche da lì ed è stato per noi un punto di non- arrivo. Come qualcuno di noi ha detto in condivisione -ci hanno fregati- letteralmente. Ormai nulla più rimane indifferente, chi ha visto non dimentica.

Cosa abbiamo visto? Abbiamo visto la cruda realtà di una storia di uomini che hanno avuto il vigliacco coraggio di annientare altri uomini, ma contemporaneamente abbiamo visto la forza che può avere una mai insignificante storia di resistenza come quella della Rosa Bianca e di coloro che decidevano di passare per quella strada secondaria, per rompere le regole della dittatura. Voci fuori dal coro, eroi silenziosi che hanno fatto tanto rumore da darci la speranza che anche noi possiamo cambiare la storia. Abbiamo infatti acquisito una grande consapevolezza che a volte sembra erroneamente scontata: il cuore di quello che è successo, VerNICHTUNg, ovvero sterminio, annientamento, non sta solo nella sua applicazione più letterale ma soprattutto nel NICHT TUN ovvero “non fare”. Lʼindifferenza può nuocere tanto quanto un gesto.

Noi partiamo da qui, da un punto di non-arrivo. Il nostro viaggio non si è concluso con qualche “arrivederci” in piazza Dante, ma continua insieme a noi riversandosi brutalmente nel nostro presente e nel nostro quotidiano. Capita a tutti di sentirsi impotenti davanti alle ingiustizie del mondo che è troppo grande e noi troppo piccoli e insignificanti. Deleghiamo allo Stato. In fondo, chi siamo noi per portare la pace e l’uguaglianza nel mondo? Tanto non cambierà mai niente. Tutto ciò sfocia nello sbaglio più grande: credendo di non poter fare la differenza si pratica lʼindifferenza. Ma un’altra domanda che forse dobbiamo porci è “non possiamo o non vogliamo?”, perché se solo volessimo, potremmo. Durante il nostro viaggio abbiamo tolto le ragnatele dal passato, in questo caso da un lasso di tempo per la Storia molto breve ma che ha lasciato ferite ancora aperte; ne abbiamo analizzato le cause prime (di fatto Monaco è il luogo dellʼinizio della storia del nazismo) e siamo andati infine, seppur con difficoltà sui luoghi dei primi accadimenti in modo da concretizzare le fredde parole del nostro libro di storia e andare oltre.
Dopo aver visto, non possiamo fare altro che affrontare la nostra società con spirito critico, resistendo alle forme di ingiustizia, seppur le più piccole ed insignificanti che in fondo, non lo sono mai.

È altrettanto vero però che un presente senza memoria non ha alcuna speranza. Siccome abbiamo imparato che alla storia piace fare le rime, abbiamo oggi lʼopportunità di cambiarne il corso con una consapevolezza diversa, vivendo il 27 gennaio 365 giorni all’anno. Per noi la memoria non è quindi fatta dai manuali, dalla storia scritta nelle biblioteche. Per noi la memoria è quella delle nonne che raccontano ai nipoti, quella delle prime esperienze che ci accompagnano per sempre. Poiché la memoria é già una scelta, la memoria cresce con noi, è qualcosa di intimo e personale, ci costruisce esperienza dopo esperienza. Noi siamo la nostra memoria, non solo perché è quel che siamo stati ma anche perché è quel che saremo: il nostro passato, o meglio la nostra percezione del passato, determina le nostre scelte. La memoria non è un racconto lontano, polveroso che poco ci tocca, è qualcosa di nostro, di vivo e che va tenuto in vita. Così, secondo noi, dovrebbe essere anche la giornata della memoria, non una pillola di un “concentrato di storia”, non solo i film nelle scuole, le esposizioni nei musei, gli scaffali dedicati nelle librerie, (le celebrazioni contrite di un “fattaccio passato”) … ma una giornata per costruire la nostra memoria collettiva. Questo è quel che vogliamo fare oggi, portarvi la memoria di una donna affinché diventi anche un po’ vostra e possa un domani, aiutarvi a fare la vostra scelta.

Il solito treno, il posto che più o meno è sempre quello e la solita faccia stanca che hanno in comune un po’ tutti i passeggeri, per la maggior parte di ritorno dal lavoro. Una fermata dopo l’altra e tutto procede come tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, nel solito viaggio fino a casa. Sto scorrendo Facebook quando un gran chiasso attira la mia attenzione. È una voce arrabbiata, carica di odio, quella che per prima sento. Proviene da alcuni sedili avanti al mio e sporgendomi di un poco riesco a vedere perfettamente quel che sta succedendo. Un uomo, in piedi, sbraita e scarica tutta la sua rabbia su un altro passeggero, dalla pelle olivastra, seduto alla sua destra: direi che potrebbe essere un pakistano. Questo se ne sta zitto e fermo al suo posto, sembra trattenersi a stento dal rispondere mentre l’altro lo ricopre di insulti. Non è un bello spettacolo ma non è strano vedere la gente urlarsi addosso per un motivo o per l’altro.
Poi però succede qualcosa di strano, qualcosa che attira ancor più la mia attenzione: una donna, ormai prossima alla pensione, si alza e riprende l’uomo. “Smettila! Vergognati!” queste parole le escono dalla bocca in modo naturale e quasi automatico, con il tono deciso di una che è convinta di star facendo la cosa giusta. “L’Italia è nostra” dice l’altro e lei gli risponde “preferisco darla a loro che a gente come te”. Lo scambio si conclude così, l’uomo si allontana e va a mettersi proprio davanti alla porta d’uscita.
Ormai siamo quasi alla prossima fermata, la donna si sta preparando a scendere e l’italiano è ancora lì, davanti alla porta, a guardarla con un’aria quasi minacciosa. Probabilmente non sono l’unico a notare l’espressione dell’uomo perché, quando la donna si alza dal suo posto viene seguita dal tipico est europeo: un metro e settanta, novanta chili, capelli giallo paglierino, occhi di ghiaccio e due spalle tanto larghe da sembrare imbottite. L’ucraino, almeno a me sembra un ucraino, accompagna la signora alla porta, squadra l’uomo, aspetta che lei scenda e senza dire una parola torna al suo posto.
Ci siamo quasi, ancora cinque minuti di Facebook e poi devo scendere.
Già la sera stessa rivedo quel che è successo, in un video, che qualcuno vicino a me ha fatto col telefono. I giorni seguenti gli articoli, i post e i commenti esplodono. Esprimono stima, ammirazione, quella donna, che scopro chiamarsi Maria Rosària Coppola, riceve pure il premio “Cittadina Coraggiosa” dalla ditta di trasporti. C’è poi però tanta gente che sostiene che è Maria ad aver sbagliato, che si augura che nessuno la emuli e che dice che avrebbe fatto meglio a farsi gli affari suoi, quell’uomo in fondo non stava facendo niente di male, anzi.

 

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